Guardando le vigne di Tenuta Magrini dai colli di Grazzano Badoglio, una cosa salta subito all'occhio: non c'è il confine netto tra vigna e bosco che si vede in tanti altri vigneti del Monferrato. Alberi, siepi e strisce di vegetazione spontanea si alternano alle file di Barbera. Non è una dimenticanza: è una scelta.

Fare agricoltura biologica non significa soltanto eliminare i pesticidi di sintesi. Significa ricostruire — o meglio, non distruggere — il sistema di relazioni che esiste naturalmente tra suolo, piante, insetti, uccelli e microorganismi. Il bosco che confina con le nostre vigne non è un residuo del paesaggio, è una parte attiva della nostra gestione agronomica.


Il bosco come regolatore termico

Le colline del Monferrato sono esposte alle correnti fredde che scendono dalle Alpi in primavera e alle ondate di calore estivo che salgono dalla pianura padana. In entrambi i casi, la presenza del bosco sul lato nord-ovest della tenuta crea una barriera naturale che attenua gli estremi.

In primavera, le gelate tardive sono il rischio maggiore per i germogli di Barbera, che spuntano precocemente rispetto ad altri vitigni. La massa arborea assorbe e restituisce calore più lentamente del terreno nudo o del vigneto, creando un effetto tampone che può fare la differenza tra una gelata dannosa e una notte fresca ma gestibile. In estate, la stessa massa riduce la velocità del vento e limita l'evaporazione, contribuendo a mantenere l'umidità del suolo nei periodi siccitosi.

Non si tratta di percentuali grandi, ma in viticoltura biologica — dove non si interviene con irrigazione di soccorso sistematica — ogni grado e ogni litro d'acqua trattenuto nel suolo conta.

Il controllo naturale dei parassiti

La gestione dei parassiti in un vigneto biologico si basa su un principio semplice: favorire i predatori naturali degli insetti dannosi. Ma i predatori naturali — coccinelle, crisope, parassitoidi, pipistrelli, rondini — hanno bisogno di habitat per nidificare, svernare e riprodursi. Un vigneto monoculturale e pulito non gliene offre nessuno.

Il bosco e le siepi perimetrali delle nostre vigne funzionano come serbatoi biologici: ospitano popolazioni stabili di insetti utili che, nella stagione vegetativa, si disperdono nelle file di viti. I pipistrelli che abitano i vecchi alberi ai margini del vigneto consumano ogni notte quantità significative di tignola della vite e altri lepidotteri notturni. I merli e le cinciallegre che nidificano nel bosco perlustrano le viti alla ricerca di larve e bruchi.

Questo equilibrio non si costruisce in una stagione: richiede anni di continuità e la rinuncia ai trattamenti ad ampio spettro che azzererebbero le popolazioni benefiche insieme a quelle dannose. È uno degli investimenti a lungo termine dell'agricoltura biologica che raramente viene raccontato.

Le cover crop tra i filari

Tra i filari delle vigne di Tenuta Magrini non scorre la terra nuda. Gestiamo le interfile con cover crop — miscugli di graminacee e leguminose che vengono seminate o lasciate crescere spontaneamente e poi trinciate in momenti specifici del ciclo vegetativo.

Le leguminose (trifoglio, veccia, favino) fissano l'azoto atmosferico nel suolo, riducendo la necessità di concimazioni esterne. Le graminacee (loglio, festuca) stabilizzano il terreno in pendenza, limitano l'erosione nelle piogge intense e creano uno strato di sostanza organica quando vengono trinciate. L'insieme mantiene attiva la fauna del suolo — lombrichi, nematodi, artropodi — che è la vera fabbrica di fertilità di un vigneto sano.

Le cover crop fanno anche un'altra cosa: offrono rifugio e nutrimento agli insetti impollinatori e ai predatori naturali dei parassiti della vite. Il fiore del trifoglio è una fonte di nettare per le api; l'interno dell'interfila è un ambiente in cui coccinelle e crisope trovano prede alternative nei periodi in cui i parassiti della vite sono scarsi.

La fauna selvatica come indicatore

Uno degli indicatori che usiamo per valutare lo stato di salute del nostro ecosistema viticolo non è un parametro chimico: è la presenza di fauna selvatica. Ricci, lepri, tassi, poiane, allocchi — la loro presenza stabile nelle vigne e nel bosco circostante ci dice che la catena alimentare funziona, che il suolo è vivo, che non ci sono sostanze tossiche a spezzare gli anelli.

Non è sentimentalismo: è agronomia. Un ecosistema che supporta la fauna selvatica è un ecosistema che supporta anche le radici delle viti, i microorganismi del suolo e i lieviti indigeni che poi troveremo sull'uva al momento della vendemmia. La biodiversità in vigna non è un ornamento: è un'infrastruttura.


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Questo articolo fa parte del cluster sull'Agricoltura Biologica di Tenuta Magrini. Puoi anche scoprire come la tecnologia digitale supporta il nostro lavoro in vigna nell'articolo su XFarm e l'agricoltura digitale, oppure conoscere i vini che nascono da questa vigna.