Ogni vendemmia è una storia diversa. Questa è quella del 2024: un'estate che ci ha fatto sudare freddo, un settembre che ci ha restituito la calma, e un mosto che già dalla prima notte in cantina lasciava ben sperare.

L'estate che non finiva

Giugno e luglio 2024 sono stati caldi, ma non insopportabili. Le viti avevano acqua a sufficienza dai mesi precedenti e mostravano vigore — forse troppo: in certi filari la chioma è cresciuta fitta, quasi aggressiva, e abbiamo dovuto sfogliare più del solito per garantire l'arieggiamento dei grappoli. Un lavoro estivo noioso ma necessario.

Il problema è arrivato ad agosto. Due settimane senza pioggia, temperature che superavano i 35 gradi nel pomeriggio, e qualche segno di stress idrico nelle viti più giovani. Non una siccità drammatica — le nostre vigne più vecchie, con radici che vanno in profondità nella marna argillosa del Monferrato, reggono bene — ma abbastanza da tenere alta l'attenzione. Guardavamo i grappoli ogni mattina come si guarda un paziente in convalescenza.

A metà agosto, uno degli acini del filare in cima alla collina — quello che prende sole tutto il giorno, esposto a sudovest — aveva già cominciato a cambiare colore. Un anticipo che in un'altra annata avrebbe preoccupato: significa che lo zucchero è già alto e l'acidità potrebbe non tenersi. Abbiamo aspettato. La decisione giusta era aspettare.

La svolta di settembre

Poi il 2 settembre è arrivata la pioggia. Non tantissima — una quindicina di millimetri in due giorni — ma abbastanza per spezzare la tensione. Le notti sono diventate fresche quasi dall'oggi al domani: diciotto gradi alle tre del mattino, dodici gradi di escursione termica rispetto al pomeriggio. Per la Barbera è una condizione quasi ideale.

L'escursione termica fa due cose importanti: blocca la perdita di acidità durante la notte e favorisce la sintesi degli aromi. Quando le notti si raffreddano, l'uva "respira" diversamente. Lo si sente poi nel mosto: più profumato, più teso, con quella vena di freschezza che in un agosto torrido temi di non trovare più.

Abbiamo passato la prima settimana di settembre ad assaggiare metodicamente, fila per fila. L'acidità si stava mantenendo bene — buon segno. Gli zuccheri erano alti, intorno ai 22-23 Brix in quasi tutti i filari, ma l'equilibrio sembrava esserci. Il rischio di una Barbera alcolicamente stanca, piatta, senza nervo, sembrava allontanarsi.

La raccolta

Abbiamo iniziato a vendemmiare il 9 settembre, dall'alto della collina verso il basso. Le vigne in quota — quelle che maturano prima per l'esposizione — erano pronte. Partenza alle sei del mattino, con ancora il buio e la rugiada sull'erba. Quattro persone per i filari del Giglio Rosa, uva raccolta nelle prime ore per preservare la freschezza che poi conta in un rosé.

Il Millecolli e il Madonna dei Monti li abbiamo vendemmiati pochi giorni dopo, fino al 14 settembre. Le vigne più vecchie — quelle con i piedi nella marna che si rompe in lastre sottili — hanno dato grappoli più piccoli del solito, con acini più concentrati. Meno acqua, più sostanza. Non è sempre un vantaggio, ma in questo caso lo era.

Nessun grappolo rovinato da muffa: la siccità di agosto aveva paradossalmente tenuto lontane le malattie fungine. Le cassette arrivavano in cantina pulite.

Le prime impressioni dal mosto

La fermentazione spontanea del Giglio Rosa è partita lentamente, come sempre. Tre giorni di attesa, poi un fremito appena percettibile sulla superficie del mosto — i lieviti indigeni che si attivano. Il colore nel tino era già bello: un rosa intenso, quasi arancio, che con la fermentazione si sarebbe chiarito verso il pesca.

Il mosto del Millecolli aveva un profumo di prugna e mora che era difficile non notare anche solo camminando in cantina. Non sempre succede: ci sono annate in cui devi avvicinare il naso per sentire qualcosa. Questa no. Un segno incoraggiante.

Per il Madonna dei Monti ci vuole più pazienza: sapremo qualcosa di definitivo solo tra un anno e mezzo, quando uscirà dalla barrique. Ma anche lì, le prime settimane di macerazione hanno restituito un colore denso, quasi impenetrabile, e un'acidità al primo assaggio che ti accende la bocca nel modo giusto.

Aspettative

Non facciamo previsioni a voce alta, di solito. Il vino in cantina può ancora sorprenderti — in bene o in male — e l'umiltà di fronte a quello che non controlli è parte del mestiere. Ma questa volta, a metà ottobre, con le fermentazioni avviate e la cantina che odora come deve, ci sentiamo di dire una cosa sola: la 2024 potrebbe essere una grande annata per Tenuta Magrini.

Il Giglio Rosa uscirà in primavera 2025: fresco, fragrante, con quella spina dorsale acida che la Barbera ti regala quando l'annata lo permette. Il Millecolli qualche mese dopo. Il Madonna dei Monti dovrà aspettare — come sempre — ma le premesse ci sono tutte.

Per ora aspettiamo. E continuiamo ad assaggiare.